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La storia vuole che attorno al I secolo dopo Cristo, un governatore romano della Britannia, tale Agricola, alla fine del suo mandato pensò bene di portare con sé, a Roma, due birrai e con loro aprì quello che potrebbe oggi essere definito il primo brewpub italiano.

Il che, forzando un po' le cose, ci potrebbe far dire che il primo innamoramento italiano per la birra ebbe l'etichetta di Albione.

Ma al di là dell'aneddoto è ovviamente vero che il Regno Unito è da secoli considerato una delle grandi Patrie della birra mondiale.

Tanti produttori e consumi elevati, ma soprattutto uno stile di vita, grazie soprattutto ai pub le "case pubbliche" dove da sempre i sudditi di Elisabetta II si ritrovano quotidianamente, dove la birra non manca mai.

Di quale birra però stiamo parlando? Chi si avventura nelle strade e nei locali di Londra, magari in quelli cosiddetti più di tendenza, va solitamente a incontrare spine di lager continentali o, nei casi migliori, prodotte in Gran Bretagna.

Ma, va detto senza indugi, non sono queste le vere birre made in England, non sono le basse fermentazioni a rivestire lo spirito della birra originale britannica.

Perché tutta la lunga storia birraria di questo Paese è sempre stata a favore delle alte fermentazioni e di un solo nome: "ale". Conservatori quanto basta, gli inglesi hanno a lungo difeso le loro tradizioni anche in fatto di birra.

A volte anche commettendo errori macroscopici come quando furono gli ultimi a piegarsi all'utilizzo del luppolo come conservante e come aromatizzante.

Lo stesso Enrico VIII cercò di mettere una barriera, regale e legale, all'introduzione della pianta rampicante che stava prendendo sempre più piede oltremanica.

Buon per noi, e francamente anche per i suoi cittadini, che alla fine vinse il luppolo tanto più che i campi inglesi si rivelarono particolarmente indicati per la sua coltivazione.

Oggi non a caso alcune delle varietà più impiegate e rinomate, dal Fuggle all'East Kent Golding, sono coltivate sotto la Union Jack.

E oggi questi luppoli sono una componente fondamentale del profilo aromatico delle ale inglesi. Ale che, dopo essere state a lungo l'unico tipo di birra bevuta nei pub, furono messe sotto assedio dalla carica delle lager continentali negli ultimi decenni del secolo scorso.

Potevano gli inglesi accettare un'invasione europea a cuor leggero?

Certo che no e infatti nei primi anni Settanta ecco nascere la Campaign for Real Ale, il Camra, che aveva l'obiettivo di valorizzare le birre tradizionali di alta fermentazione, le ale appunto, salvaguardando nel contempo le piccoli produzioni contro le grandi multinazionali che, acquisizione dopo acquisizione, stavano rivoluzionando il mercato.

Centinaia di festival birrari, campagne mediatiche, azioni di lobbying sui politici, l'appuntamento annuale a Londra con il Great British Beer Festival fanno attualmente del Camra una delle associazioni più importanti e attive organizzate dai consumatori a difesa dei loro prodotti alimentari preferiti.

E, grazie soprattutto al Camra, le real ale, ossia le "vere birre" sono sostanzialmente rinate.

Le grandi società, ovviamente, continuano a fare la parte del leone, ma in tutto il Regno Unito centinaia e centinaia di piccoli produttori sono tornati sulla cresta dell'onda, o sono decollati da poco, per la gioia degli appassionati.

Per real ale si deve intendere una birra prodotta con ingredienti tradizionali (orzo maltato, luppolo, acqua e lievito) e fatta fermentare nel cask ovvero nel contenitore dal quale sarà poi spillata nel pub, senza aggiunta di CO2.

Oppure, come da qualche tempo accade, fatta fermentare in bottiglia.

Tuttavia ale è un termine molto generico all'interno del quale si possono cogliere sfumature organolettiche importanti.

Esistono ad esempio le mild ale, solitamente di colore scuro e dal gusto che ricorda spesso il caramello, poco alcol (attorno ai 3% vol) come del resto buona parte delle ale britanniche e abbastanza rare, sebbene il Camra abbia lanciato a tempo debito una campagna di salvataggio.

In salute migliore perché ancora popolarissime sono lebitter, birre spesso ambrate, ben luppolate e dalle generose note fruttate.

A loro volta si ale distinguono, per gradazioni alcoliche superiori ai 4% vol standard, in Best o Special Bitter e in Extra Special Bitter.

Ci sono poi le pale ale, altro filone importante, anch'esse spesso ambrate, di gradazione che si avvicina ai 5% vol e ben luppolate, di solito con luppoli britannici anche se qualche produttore ha introdotto delle varianti a base di luppoli americani.

E ancora le India Pale Ale, così chiamate perché inizialmente destinate alle truppe di stanza nelle colonie, ancora più alcoliche e luppolate delle sorelle pale e soprattutto tornate oggi in gran voga proprio per la generosa nota aromatica dettata dai luppoli impiegati.

Di nicchia sono invece le brown ale, stile tipico dell'Inghilterra settentrionale (il marchio più noto si chiama Newcastle Brown Ale) e caratterizzate da un colore, appunto, brown-marrone e da note fruttate e di nocciola.

Ancora più a nord, in Scozia, ed ecco le Scottish ale dal colore frequentemente marrone scuro con riflessi rubino e dal gusto decisamente più maltato e dolce rispetto alle cugine inglesi e classificate, in base al grado alcolico, in Light, Heavy, Export e Strong.

Infine le due ultime tipologie sono birre pensate per durare nel tempo: le old ale, scure fruttate e vinose come aromi e gusto, e i barley wine, letteralmente "vino d'orzo", che sono tra le birre più alcoliche del mondo e si rivelano ottimi accompagnamenti per piatti robusti ma anche birre da dopocena o da meditazione raggiungendo tranquillamente i 10 o i 12% vol.

Insomma, per quanto sintetica, la suddetta esposizione fa capire facilmente quale mondo, e quanto variegato, si nasconda dietro il termine ale.

Un panorama di aromi e sensazioni che rendono ricca ed estremamente interessante la tradizione e la produzione britannica.

Un panorama che tuttavia potrebbe sembrare semplicemente didattico se queste birre noi italiani le potessimo provare solo recandoci in Gran Bretagna, possibilmente muniti della guida del Camra Good Beer Guide.

Ma, fortunatamente, non è così. Alcune di questa fantastiche birre arrivano in Italia con la richiesta e dovuta regolarità.

Sul fronte degli importatori uno dei più noti risponde al nome di Lorenzo Fortini, titolare della Ales & Co di Ferrara.

A lui, e ai suoi anni di frequentazione oltremanica, si deve una selezione molto interessante di prodotti inglesi, scelti tra piccole birrerie tradizionali che hanno fatto della qualità il loro pilastro portante.

Ne citiamo alcune, di queste aziende, andando un po' per preferenze personali ma sottolineando che la distribuzione avviene in bottiglie da mezzo litro (più o meno la classica pinta inglese), un formato quindi ideale sia per le enoteche sia per la ristorazione.

C'è ad esempio la Coniston Brewery, del Lake District, con la sua splendida Bluebird Bitter, oggi prodotta in due versioni rispettivamente luppolata all'inglese o all'americana, la Brewdog Brewery, una micro birreria scozzese fondata solo nel 2007 ma che si è fatta conoscere in tutto il mondo anche per la creatività delle sue birre, la Meantime Brewery con le sue "speciali" Coffee Porter e Chocolate Beer, la St. Peter's Brewery che produce anche birre biologiche e la Harviestoun Brewery, altra interprete di autentici capolavori come la Ola Dubh, una birra invecchiata in botti che hanno precedentemente contenuto scotch whisky.

Una parata di birre che vale davvero la pena scoprire: innanzitutto per allargare i confini della conoscenza sull'argomento, ma anche per poter sviluppare nuove, entusiasmanti, possibilità di abbinamento con la cucina italiana.

Non sappiamo con certezza se gli inglesi apprezzeranno questa nostra intromissione e questo melting pot tra gastronomia italica e birre anglosassoni.

Ma, a pensarci bene, come discendenti degli antichi romani, noi siamo stati tra i pochi popoli in grado di sbarcare nei paraggi delle bianche scogliere di Dover.

E questo, qualcosa vorrà pur dire.